Già disponibile: Sei pietre bianche di Daisy Franchetto

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Titolo: Sei pietre bianche
Autrice: Daisy Franchetto
Casa editrice: Lettere Animate Editore
Genere: fantasy
Formato: e-book
Pagine: 328
Prezzo: € 1,99
Data d’uscita: 30 dicembre 2015

Trama

Pensato come prosieguo di Dodici Porte, primo romanzo della trilogia che ha come protagonista Lunar, Sei Pietre Bianche è stato concepito con una narrazione che lo rende un romanzo indipendente, che può essere letto e apprezzato anche da chi non conosce il primo episodio.

Sei pietre bianche che circondano un obelisco nero.
Sei varchi dimensionali.
Un nuovo viaggio alla scoperta delle proprie origini.
Un bambino da salvare, una Dimensione corrotta da una materia oscura, un Amore che ha atteso cento anni per potersi annunciare.
Lunar è tornata.

A tre anni dall’esperienza nella Casa e dalla violenza che l’ha messa di fronte a un duro processo di trasformazione, la giovane protagonista di Dodici Porte non è più una ragazzina. Abita da sola in un piccolo appartamento in città, studia e lavora. Accanto a lei il fedele cane Sinbad, su cui grava una maledizione che Lunar non conosce, e l’anello che le ricorda costantemente il legame con la Terra dei Morti.
Dopo l’ultima visione avuta fuori dalla Casa, nella quale un bambino veniva rapito da un gigante, la giovane non ha più avuto esperienze del genere, o contatti con altre Dimensioni. A volte stenta a credere che ciò che ha vissuto nella Casa sia davvero accaduto. Ma c’è l’amico Sinbad a ricordarle chi lei sia.
Lunar ha stretto amicizia con Odilon, un bambino dal passato misterioso che vive in orfanotrofio. Proprio la scomparsa del piccolo, ad opera di un essere spaventoso, riporterà la nostra protagonista e il suo amico a quattro zampe a contatto con le Dimensioni parallele.
Lunar e Sinbad, con l’aiuto di Altea, proveniente dai Cieli Razionali, si metteranno sulle tracce dei rapitori di Odilon. Ha inizio il viaggio attraverso sei portali dimensionali rapprensentati da sei lapidi bianche.
Di nuovo un percorso che è insieme scoperta di se stessi e di luoghi sconosciuti.
Di nuovo avventure formidabili che svelano quanto ci sia di sublime e oscuro nell’inconscio.

Estratto

Un sogno ricorrente.

Ancora una notte, ancora quel sogno, ancora quelle immagini.
Sempre lo stesso, da tre anni. Ogni volta si aggiungeva un particolare che completava il quadro, ogni volta si svegliava con la stessa nostalgia e la voglia di tornare a casa. Anche se non sapeva dove fosse, ormai, la sua casa.
Il sogno iniziava sempre allo stesso modo. Vedeva i suoi piedi decorati con bellissimi tatuaggi color argento. Camminava calpestando candida sabbia, morbida come velluto e fresca. Le minuscole pietre che si mescolavano alla distesa sabbiosa riflettevano i bagliori notturni, allora alzava il capo a contemplare il cielo, sconfinato. Una stella cadente solcava la volta celeste, lasciando una scia luminosa che si dissolveva riassorbita dalla notte. All’orizzonte le Tre Lune sorgevano allineate. Tornando ad abbassare lo sguardo, poteva osservare la vastità del Deserto di Muna, volgendosi a est, l’immenso Bosco degli Alberi Neri e a nord in lontananza la sagoma scura del Palazzo con le sue guglie e le torri.
Una risata sgorgava argentina dal centro del suo cuore. Ecco la sua casa, ecco il regno cui apparteneva. Poi una scossa sotterranea la faceva trasalire e un brivido le percorreva la schiena. Guardando a terra vedeva con orrore che la sabbia aveva lasciato spazio a una voragine che correva lunga e profonda verso il Palazzo.
La crepa nera sembrava portare al centro stesso della terra. Lei restava a guardare inorridita l’oscurità, mentre una voce tetra saliva dal nulla.
Si svegliava proprio prima di cogliere ciò che la voce diceva. E fu a quel punto che si svegliò anche quella notte.
Riaprì gli occhi di scatto sentendosi perfettamente sveglia e lucida, assalita da quel desiderio viscerale di raggiungere la terra sognata, di salvare quel che restava di un mondo perduto.
Rimase sdraiata e immobile ad ascoltare il ticchettio incessante della pioggia sul lucernario. L’appartamento in cui abitava da qualche mese era immerso nel buio.
Sinbad era sdraiato al suo fianco, il costato si gonfiava e sgonfiava al ritmo tranquillo del respiro.
L’animale aprì gli occhi. «Non riesci a dormire?»
«Ho fatto di nuovo quel sogno, ma non capisco mai cosa dica la voce.»
«Non avere fretta» la ammonì il cane.
«Dopo tre anni che faccio lo stesso sogno? No, non c’è fretta» rispose lei sarcastica.
«Abbi pazienza Lunar. Il tempo è ormai prossimo.»
«Speriamo» sospirò lei «proverò a dormire ancora un po’.»

Fuori la pioggia continuava a cadere sottile, mentre il destino tesseva il disegno che, di lì a poco, avrebbe travolto nuovamente le vite di Lunar e Sinbad.

1
Sei felice, Lunar?

Flashback

L’agente Paul La Crus sedeva alla sua scrivania, quando bussarono alla porta.
«Avanti» mugolò senza nemmeno alzare gli occhi dal foglio che stava leggendo.
Victor, il collega dell’archivio, entrò reggendo a fatica una pila di fascicoli. «Ho un regalo per te» annunciò con finto entusiasmo.
Paul alzò gli occhi. Incredulo osservò: «E questi? Cosa sono?»
«All’archivio vogliono che siano firmati e catalogati tutti i casi chiusi negli ultimi cinque anni. Questi sono i tuoi. Ti sei dato un bel po’ da fare» commentò Victor guardando la pila di fascicoli che adesso faceva bella mostra di sé sulla scrivania.
Paul sbuffò esasperato.
«Dai, prima iniziamo e prima finiamo» disse Victor sedendosi di fronte al collega.
«Come? Dobbiamo farlo adesso?»
«Perché? Hai altro da fare?» domandò Victor per stuzzicarlo.
«Vuoi una lista?» rispose Paul socchiudendo gli occhi dietro le lenti degli occhiali.
Per tutta risposta, Victor prese il primo fascicolo e glielo porse. Paul glielo strappò di mano in malo modo e lo aprì sbuffando nuovamente.
Victor prese il secondo plico e, ridacchiando, si mise al lavoro.
Qualche ora e molti fascicoli dopo, ne restavano pochi da rivedere.
Paul ripose i fogli che aveva appena finito di visionare e si massaggiò gli occhi. Fuori si era fatto buio.
«Quanti ne mancano?» domandò a Victor sbadigliando.
«Ancora due.»
«Bene, allora sbrighiamoci» disse Paul afferrandone un altro.
Victor prese l’ultimo. «Aspetta. Questo lo passo a te» disse al collega facendosi tutto a un tratto serio.
Paul lo guardò interrogativo, mentre prendeva il fascicolo che gli porgeva, ma appena vide il nome in alto a sinistra, capì.
Lunar.
Tutti al Distretto di Polizia sapevano che quel caso era stato importante per lui, anche se nessuno ne conosceva bene il motivo.
Paul appoggiò una mano sul primo foglio, quasi ne stesse assorbendo l’energia. Sapeva che il collega lo stava osservando e non se ne preoccupò.
«Sì, questo lo chiudo io» mormorò.
Rivedere il fascicolo che parlava di Lunar fu un salto in un passato non così lontano. Tre anni, in effetti. Sembravano molti di più.
Era stato un caso di violenza sessuale su una minorenne. Lunar tornava da una festa con un amico quando, passando in un parco, erano stati aggrediti da uno sconosciuto. L’amico l’aveva lasciata sola e lei era stata violentata e picchiata.
Casi del genere erano tristemente all’ordine del giorno per la polizia ma quella ragazza era rimasta nel cuore di Paul.
Fragile, ferita, sconvolta, aveva trovato la forza di riconoscere il proprio aggressore: un giovane con un passato difficile e affetto da disturbi psichiatrici. Si chiamava Lucàs.
Proprio durante il riconoscimento, Paul aveva avuto la certezza che Lunar stesse per vivere un’esperienza unica nel suo genere. Lo sapeva perché quella stessa esperienza l’aveva vissuta anche lui anni prima. L’entrata nella Casa.
La Casa era un luogo della psiche e dell’anima, una Dimensione parallela e sconosciuta che ne lasciava intravedere altre. Lupi e gatti parlanti che facevano da guide, personaggi buffi o terrificanti, prove incredibili da superare; e poi c’era LaMamà. Aveva le sembianze di una donna, ma non lo era. Era lo spirito stesso della Casa.
Paul era uscito profondamente cambiato dall’esperienza, e sapeva che per Lunar si era trattato della stessa cosa. Due giorni dopo il riconoscimento del suo aggressore, Lunar sembrava trasformata. Il suo intervento aveva permesso di risparmiare la vita di Lucàs. Era stato un atto coraggioso e umano che Paul non era riuscito a dimenticare.
Chiuse il plico e firmò il documento per il trasferimento a un altro archivio. Ora era davvero tutto concluso, almeno per la burocrazia.
In quei tre anni non aveva più rivisto Lunar. Doveva essere cresciuta molto.
Porgendo il tutto al collega si chiese che cosa stesse facendo lei.
Sei felice, Lunar?
2
Due piccole corna

Breve scorcio della vita di Lunar.

Il sole non era ancora sorto in quella mattina fredda. L’inverno sembrava non voler finire mai.
La pioggia aveva dato una breve tregua dopo una notte di scrosci incessanti e Lunar uscì senza ombrello, scortata dall’inseparabile Sinbad. Indossava un impermeabile nero che le arrivava alle caviglie, e aveva nascosto i lunghissimi capelli che non tagliava mai nel cappuccio. Come ogni giorno, si recava nell’ufficio del mercato dove lavorava il mattino. Niente di speciale, ma lo stipendio era buono e questo le permetteva di pagare l’affitto dell’appartamento dove viveva da quando aveva cominciato a studiare in città. I genitori si erano offerti di sostenere tutte le spese, e avrebbero preferito che lei continuasse a vivere con loro, ma capirono le sue esigenze d’indipendenza.
Per Lunar il trasferimento in città non era legato soltanto a un bisogno di autonomia. Sentiva fondamentale quel trasloco, perché in città si sarebbe compiuto per lei qualcosa d’importante.
Erano passati tre anni dal suo ritorno alla Dimensione reale, come la chiamava lei, dopo la sua avventura nella Casa. Ed erano trascorsi tre anni anche dalla sua ultima visione, quella in cui vedeva un bambino rapito da un energumeno impellicciato e con le corna. Da allora le si erano presentate delle premonizioni molto lucide, ma niente di più, tanto che oramai si era convinta di aver perduto completamente il potere. Forse era solo una persona molto intuitiva.
Anche con la Casa non c’erano più stati contatti. In quegli anni aveva fatto buon uso dei preziosi insegnamenti ricevuti, eppure i particolari di quell’esperienza andavano tristemente offuscandosi.
Dal giorno del suo rientro alla normalità, tutti si erano stupiti del veloce recupero compiuto da Lunar. Era tornata a scuola e aveva concluso il ciclo di studi insieme agli amici di sempre; aveva riacquistato una certa serenità, ma le esperienze vissute la rendevano diversa dai coetanei, più introspettiva, più matura, più schiva. Lunar si sentiva investita di un ruolo e di un destino che ancora non comprendeva appieno. Anche Greta, l’amica di sempre, faticava a capirla fino in fondo e, nonostante questo, le era sempre rimasta accanto. Ma tutte e due sapevano che, presto o tardi, le loro strade si sarebbero divise.
Di Lucàs, il suo aggressore, non aveva più saputo nulla. In seguito al suo intervento gli era stata risparmiata la vita e questo le bastava. Non aver contribuito alla sua morte era stato fondamentale per mettere la giusta distanza tra lei e la violenza subita.
Sinbad era perennemente al suo fianco e la seguiva ovunque. Il loro rapporto ricordava a entrambi il legame con una Dimensione sotterranea che, per il momento, rimaneva silente.
Lunar ogni tanto sorrideva al pensiero di quando si erano conosciuti, Sinbad allora aveva altre sembianze. Lo chiamavano il Cane del Mondo Ctonio ed era una bestia enorme, simile a un orso. Anche se nel passaggio tra le Dimensioni aveva acquisito l’aspetto di un cane, all’inizio non fu facile farlo accettare ai genitori e a tutti quelli che la circondavano.
Dago e Matilda, i genitori di Lunar, seppure li amassero, non avevano mai voluto animali in casa. Acconsentirono alla presenza di Sinbad perché, la mattina in cui lo videro per la prima volta con Lunar, compresero quanto quel legame potesse essere positivo per la figlia e, dal canto suo, Sinbad fece di tutto per entrare nelle loro grazie.
E poi c’era l’anello che Lunar portava al dito. La pietra rossa non aveva più pulsato, ma rimaneva impossibile toglierlo o spostarlo. L’anello era il simbolo di un contratto indelebile con la Terra dei Morti, e stranamente, nessuno le aveva mai chiesto nulla di quel singolare gioiello. Anzi, nessuno sembrava notarlo. Restava però il legame che esso rappresentava. Pur se silenzioso, a Lunar sembrava una presenza viva che pesava sul suo futuro.

Per la strada poche macchine e qualche passante veloce che si proteggeva dal freddo. Lunar camminava spedita sperando di arrivare presto a destinazione. Sinbad trotterellava al suo fianco annusando qua e là. La giovane si permise di rallentare il passo solo in prossimità dell’orfanotrofio. Passava tutti i giorni davanti all’edificio che distava pochi minuti dalla sua casa. Durante il giorno si fermava alla rete che recintava il cortile, dove i bambini giocavano. La mattina presto, invece, sostava sotto la luce di un lampione e alzava la testa verso le finestre del caseggiato in attesa del saluto che anche quella mattina arrivò.
La luce di una torcia illuminò una finestra al terzo piano e una testolina che sbucava a malapena dal davanzale si affacciò. Una manina sbucò a salutare. Anche quella mattina Odilon aveva portato a termine la sua piccola e unica azione trasgressiva della giornata, cui Lunar rispose prontamente con un gesto della mano.
Nei momenti di maggiore audacia, si apriva la finestra e una voce di bambino gridava il suo saluto come fosse un urlo di libertà: «Buongiorno Lunar, buongiorno Sinbad!»
Quindi la finestra si richiudeva velocemente.
L’accordo era che Lunar non rispondesse mai all’urlo di saluto, per non smascherare l’identità del bambino.

Soltanto in un’occasione uno dei bambini che dormivano nello stanzone aveva fatto la spia alle suore che gestivano l’orfanotrofio. All’epoca Odilon accendeva la luce principale della stanza, non possedendo una torcia. Il tutto gli era costato una settimana di punizione e la promessa di non farlo mai più. Lui aveva giurato davanti all’immagine dei santi per risultare più credibile, ma poi era tornato a salutare Lunar dalla finestra. Questa volta però si era procurato una piccola torcia, rubandola alla direttrice dell’Istituto proprio il giorno in cui era stato convocato nel suo ufficio per essere sgridato.
Entrando nella stanza, aveva notato la piccola torcia appoggiata su un tavolino.
Mentre la suora lo ammoniva, lui se ne stava a testa bassa simulando una contrizione che non gli apparteneva, e intanto pensava alla torcia e a come appropriarsene. L’occasione era giunta poco dopo, quando la direttrice fu chiamata fuori della stanza. Lui aveva colto l’attimo favorevole, e un secondo dopo, la torcia era infilata nella tasca destra dei suoi pantaloni, ricoperta dalla maglia troppo lunga che indossava.
Quando la suora rientrò nell’ufficio, si sedette alla scrivania riassumendo un’espressione tra il severo e il falsamente dispiaciuto, quasi a dire che era costretta, suo malgrado, a elargire una punizione. In realtà, tutti conoscevano la vena sadica della religiosa.
«Allora Odilon, hai capito la gravità del tuo comportamento?»
«Sì madre.»
Odilon era costretto a tenere la testa ancora più bassa per nascondere la soddisfazione di aver rubato la torcia, ma la donna interpretò il tutto come un profondo pentimento.
«Nonostante ciò» e la suora fece una pausa per aumentare il livello di tensione «sono costretta, davvero costretta, a punirti. Lasciar passare questo brutto comportamento senza una punizione sarebbe di cattivo esempio per gli altri bambini, capisci?»
«Sì madre.»
«Per una settimana non potrai uscire a giocare in cortile, e sabato non potrai mangiare il dolce come tutti gli altri. Ora inginocchiati e prometti di non farlo mai più.»
Odilon questo non l’aveva previsto, e temeva che piegandosi la torcia sarebbe caduta. In tal caso, altro che una settimana di punizione! Il furto era punito in modo esemplare.
A quel punto il lampo di genio. Si ricordò della stampa con raffigurati alcuni santi che si trovava su un altarino alla sua destra. Questo gli avrebbe permesso di coprire meglio il lato in cui teneva l’oggetto rubato e, al tempo stesso, risultare più credibile.
Cercò di reprimere come meglio poteva il moto di orgoglio e di ribellione che lo agitava mentre si abbassava a onorare immagini che non significavano nulla per lui. Sentì che la direttrice apriva uno dei cassetti della scrivania. Era sicuramente quello sulla sinistra, quello dove teneva la bacchetta con cui colpiva i bambini che dovevano essere puniti. La direttrice aveva la sadica abitudine di spaventare i bambini con questa minaccia, e a volte apriva quel cassetto solo per infliggere loro una stilettata di paura. Loro restavano lì ammutoliti sperando che non impugnasse la bacchetta. Al solo pensiero del sottile ed elastico fuscello che gli avrebbe ferito le mani, Odilon sentì un doloroso formicolio percorrergli le falangi, triste ricordo delle precedenti punizioni. Strinse le labbra per tenere a bada la paura. Trascorsero interminabili istanti nei quali attese di capire se sarebbe stata estratta o meno la verga, poi sentì che il cassetto veniva richiuso.
Il trucco aveva funzionato alla perfezione. La direttrice sembrò favorevolmente impressionata dalla devozione ai senti del piccolo. Odilon chiuse gli occhi traendo un lieve sospiro. La religiosa lo congedò mantenendo la sua espressione arcigna e lui uscì più contento che mai. Una settimana senza cortile sarebbe passata in fretta, e quanto al terribile dolce del sabato, beh, non era una vera punizione dovervi rinunciare. Gli restava solo da escogitare il modo di avvertire Lunar che per un po’ non si sarebbero potuti vedere, e questo era ciò che lo rattristava più di tutto, in quei mesi era diventata la sua più grande e unica amica.
Anche per Lunar l’appuntamento con Odilon alla finestra o nel cortile a scambiare due chiacchiere era diventato importante. Si era affezionata a quel bambino pallido e intelligente. In qualche rara occasione, le suore le avevano accordato il permesso di portarlo fuori dall’orfanotrofio per un’ora. Purtroppo, essendo la giovane una non credente, non godeva della stima delle suore e poi il suo abbigliamento dai colori cupi non era visto di buon occhio. Tutto quel nero e quel viola!
Ma ciò che turbava davvero le suore era altro. Lo sguardo di Lunar le metteva a disagio, brillava di una luce particolare. Sembrava scavare nell’anima delle persone in cerca di qualcosa, non veniva mai abbassato in segno di imbarazzo o di umiltà e ciò era da loro valutato come un segnale di alterigia e sfrontatezza.
Quando uscivano insieme, Lunar portava Odilon ovunque desiderasse, purché fosse possibile rientrare in tempo. Nessuno dei due voleva dare una scusa alle suore per revocare i già rari permessi. Il bambino amava camminare per la strada stringendo la mano della sua Lunar, facendo finta di essere un bambino normale che va a passeggio con la sorella e il cane

Quella mattina Lunar salutò Odilon come sempre, ma le parve che la piccola sagoma fosse diversa dal solito. Sembrava che due piccole corna spuntassero dalla testa del bambino, facendosi via via più lunghe e affilate.
Fu un attimo, poi la torcia si spense e Lunar rimase pietrificata con la mano ancora alzata, pallida in viso.
«Hai visto?» domandò Lunar a Sinbad.
«Visto cosa?»
«Le corna. Le corna che sono apparse sulla testa di Odilon.»
«Io non ho visto nulla. Hai avuto una visione?»
«No, non lo so.»
Lunar era preoccupata, anche se sperava si trattasse di uno scherzo della sua fervida immaginazione.
Non parlarono più dell’accaduto, ma tutti e due pensarono alla visione che Lunar aveva avuto tre anni prima al ritorno dalla Casa, in cui un bimbo veniva trascinato via da un uomo alto con le corna.
«Oggi pomeriggio dobbiamo trovare il modo di parlare con Odilon» disse alla fine Lunar con decisione.
Sinbad annuì serioso.

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