Già disponibile: Down Down Down di Lily Carpenetti

cover_upside_down2_42d5b7955b16ada007d3994f498a95f1

Titolo: Down Down Down
Autore: Lily Carpenetti
Serie: Upside Down (#2)
Genere: romance m/m
Casa Editrice: Damster Edizioni
Pagine: 107
Prezzo: € 2,99
Data d’uscita: già disponibile sul sito dell’editore e su kobo (in settimana anche sugli altri store)

Felix Callejas e Parker Aames sono entrambi avvocati, ma sono due personalità agli antipodi, che difficilmente trovano un punto d’incontro. Eppure, la loro unione sembra funzionare: a letto trovano un’intesa unica che li unisce a dispetto di tutto il resto. Un legame di pelle che li porta a scoprirsi poco a poco, accrescendo la loro intimità di giorno in giorno, legandoli sempre più.

Ma c’è qualcosa che oscura la possibilità dello sviluppo di una relazione: il sesso violento a cui Parker non vorrebbe abbandonarsi, ma verso il quale Felix sembra spingerlo costantemente.

Non è facile trovare un equilibrio, specialmente perché Parker ha paura: un terrore che affonda le radici in un passato oscuro.

Felix dovrà rispolverare i fantasmi della vita di Parker, nel disperato tentativo di legarlo a sé, rischiando però di perderlo per sempre.

Estratto
Primo capitolo

C’è un momento, al mattino, in cui non hai una perfetta coscienza di te e dell’ambiente che ti circonda. Dura solo un attimo, per alcuni troppo poco, ma si trascina per un tempo indefinito. È il momento di passaggio dal sonno alla veglia, in cui ti crogioli in un limbo e rifiuti di aprire gli occhi, per far entrare la realtà nella tua mente.
Confusione, smarrimento, anestesia dei sensi.
Apro lentamente gli occhi, godendomi ancora un po’ il torpore degli arti. Non è solo inattività dei muscoli, è dolore. Diffuso, opprimente. Il fisico è irrigidito per l’intensa attività e le nuove posizioni provate; anche la pelle brucia in diversi punti: lividi, escoriazioni, arrossamenti.
Ma svegliandomi e realizzando dove mi trovo, scopro di non essere mai stato meglio in vita mia. Le endorfine prendono il sopravvento su tutto il resto e mi sento felice, appagato e pieno di speranze.
È domenica mattina e sono disteso sotto queste lenzuola che fluttuano sul mio corpo, al primo movimento. Sembrano un delicato soffio d’aria, ne fanno persino il rumore: un fruscio melodioso, come una folata di vento primaverile.
Nota mentale: le lenzuola di Parker Aames fanno ffff e sono delicate e avvolgenti da paura. Potrei morirci in questo letto!
Volto il capo dall’altro lato e, come sempre, trovo la parte intonsa. Ho dormito qui ogni sera, nell’ultima settimana, da quel venerabile martedì in cui Parker ha svelato il suo interesse per me, e ogni giorno è la stessa storia. Al mattino, lui non c’è. Oggi, vista la giornata festiva, credo di aver riposato più a lungo, anche se spero di non aver esagerato come ieri. Nei weekend mi piace dormire fino a tardi, ma assieme a quest’uomo, non voglio sprecare tempo ronfando fino alle undici. Anche se, in effetti, avevo bisogno di recuperare.
«Buongiorno» mi investe la sua voce profonda. «Sono solo le nove e quaranta. Per essere domenica mattina, non è male. Registriamo il record?»
La sua ironia mi emoziona, ora. È adorabile, nel suo essere fastidioso!
Abituo gli occhi alla luce, che filtra da dietro i paraventi in carta di riso alle sue spalle e accarezzo la piacevole immagine che incontro. Indossa un kimono. No, non è proprio uno di quei kimoni che si vedono nelle cartoline del Giappone, è più una vestaglia in stile kimono. Deve essere un kimono da camera e forse, sotto è nudo.
Il solo pensiero mi rinvigorisce. Ma lui mi ignora, gira attorno al letto e si direziona verso la finestra.
«Posso alzare le tapparelle? È una bella giornata, sarebbe un peccato passarla al buio.»
Io annuisco e lascio che il sole mi trafigga le cornee con la sua prepotenza.
«Ma tu non dormi mai?» Biascico, ricevendo in risposta uno sguardo confuso, come se avessi detto la cosa più stupida del mondo.
«Sì, beh» cerco di spiegarmi. «Quando mi sveglio, tu non ci sei mai e il letto dalla tua parte è perfettamente rifatto, tanto da fare invidia a quelli degli alberghi di lusso; come se non ti ci fossi mai disteso. A che ora ti sei alzato?» Indago, incrementando la sua confusione.
«Alle cinque.»
«Del mattino?» Questa volta, l’incredulo sono io.
«No, del pomeriggio» ribatte ironico, sbuffando, con quel fare odiosetto che ho imparato ad amare. «Felix, se siamo andati a letto alle dieci di sera, è ovvio che mi stia riferendo al mattino.»
«Andati a letto» ridacchio malizioso. «Diciamo che ci siamo finiti sopra, dopo aver rotolato in giro per la casa.»
Questa volta, abbassa il capo e gli occhi sfuggono da parte a parte. Leggo il senso di colpa nella sua postura.
Ma c’è qualcosa che mi ha colpito nella sua ultima frase, al di là del riferimento al letto, che io ho sottolineato in modo così esplicito. Mi ha chiamato per nome, forse per la prima volta, ed è una bella sensazione, molto intima.
«Lo hai pronunciato benissimo.»
«Cosa?» Si scuote lui, mentre il ciuffo ribelle ricade sul suo naso, facendomelo vedere così vulnerabile, da sentire il desiderio di strizzarlo tutto.
«Il mio nome, con l’accento a metà e la finale sibilata, alla spagnola. Gli americani lo troncano, anche se mi sono abituato. Ormai, solo mia madre mi chiama così.»
«Sì, ho studiato lo spagnolo al liceo» precisa con noncuranza.
Dunque, so che parla perfettamente il francese, e che se la cava bene anche con il tedesco; ora, scopro che ha studiato pure lo spagnolo. Se l’ho inquadrato bene, lo parlerà anche meglio di me, il Signor Perfezione. Quante cose ancora non so di quest’uomo? Mi piace scoprirlo poco a poco: accrescere la nostra intimità di giorno in giorno, legandoci sempre più. Ma c’è davvero qualcosa tra di noi? Pensandoci, a parte il lavoro che svolgiamo, non abbiamo nulla in comune.
Io, Felix Callejas vengo da un sobborgo del New Jersey e sono figlio di una cameriera cubana e di un facoltoso uomo d’affari, che non ha mai voluto mantenere alcun contatto con me, salvo pagarmi le migliori scuole del paese per permettermi di crearmi una posizione di tutto rispetto. Anche la madre di Parker era un amante di suo padre, ma lui è cresciuto con gli Aames: una delle famiglie più altolocate di Boston. Da quel poco che so, credo che lui non abbia mai conosciuto sua madre e i rapporti con la famiglia paterna sono alquanto complicati. Resta il fatto che io sono un Chico latino e lui un damerino dei quartieri alti. Ma quanto mi piace sgualcirlo!
Per contro, c’è da dire che ho ricevuto diversi segnali positivi, da permettermi di sperare in uno sviluppo di questa improbabile relazione.
Scopiamo, anche con una certa regolarità. No, regole nel sesso con Parker Aames non esistono: se entri nel suo mondo devi essere pronto a farti stravolgere. Ma diciamo che, da quando abbiamo intrecciato questa cosa, non ci siamo più separati. Sono passato per casa solo a prendere dei cambi di vestiti e, per il resto del tempo, mi sono installato qui. Abbiamo anche lavorato, lui è molto bravo a disciplinare il proprio corpo, io un po’ meno. Ma abbiamo mantenuto un certo equilibrio, finché l’istinto animale non ha preso il sopravvento.
Lui si accosta a me e mi bacia sul collo con molta tenerezza, interrompendo il filo dei miei pensieri. Sembra un’altra persona. Non so come accada, ma è come se, a un certo punto, qualcosa dentro di lui si spegnesse e un demone prendesse il sopravvento. Quando è in quello stato, non si ferma davanti a nulla, niente riesce a distoglierlo dalla preda.
Non è così tutte le volte. Certi amplessi sono stati più tranquilli, moderati, ma la sua schiena contratta e i muscoli frementi mi hanno fatto capire l’enorme sforzo praticato sul corpo e la mente dal mio partner.
Mi lascio baciare e, in un attimo le nostre lingue si intrecciano, lasciando scivolare rivoli di saliva sul mio mento. È gustoso, prelibato, un bacio tutto da godere, fino in fondo e, a tratti, sento la sua lingua fino in gola. Prevarica, anche in questo caso, ma è tranquillo, pronto ad amarmi in modo avvolgente e non doloroso.
Mi rivolta a pancia sotto e comincia a leccarmi la nuca, il collo e le spalle. Le sue mani sono dappertutto e mandano brividi di piacere al cervello, completamente in sua balia.
Mugolo, squittisco: dalla mia bocca escono versi mai sentiti. Il solo percepire questo fisico imponente, che mi pressa contro il letto, attorciglia tutti i miei organi interni, rendendomi disponibile ad accogliere quelle attenzioni. Come avevo sospettato, non indossa nulla sotto la vestaglia orientale: la cintura si è slacciata e ora è nudo sopra di me. Sento quel membro forte e imponente premere contro la mia carne, ma non sembra intenzionato a scoparmi, non ora almeno. Continua a succhiare ogni lembo della mia schiena. La lingua sale e scende, coprendomi con un velo di saliva, che mi trasmette brividi in tutto il corpo.
Sto rantolando, mi stupisco da solo dell’aria che esce a fatica dalla mia gola, rendendomi roco, come un vecchio tabagista.
È lento, il bastardo, apparentemente segue uno schema. Oddio, quando indugia sull’osso sacro mi manda in orbita. Ogni mio ricettore del piacere sta galoppando a mille. Il peso del suo corpo su di me mi fa strusciare contro il letto e quella lenta agonia del piacere mi rende schiavo della sua volontà.
Mi sento pulsare, l’ano è infiammato dai rapporti della notte precedente, ma reclama un contatto. È quasi come ricevere del solletico che non puoi bloccare: gli impulsi nervosi torturano gli arti e ti avvolgono in messaggi contrastanti.
Non posso sottrarmi a questo trattamento e neppure lo voglio. Ma è un sollievo quando si tuffa tra le mie natiche, divaricandole con le dita e facendo guizzare la lingua all’interno del mio corpo. Ora sono libero, lui è scivolato ai piedi del letto e accarezza sapientemente le mie parti più sensibili. Ma rimango immobile a inarcare leggermente la schiena e mordere i lembi del cuscino. Entra ed esce, facendo scivolare la saliva vischiosa verso lo scroto, pieno e fremente.
Continua a guidare lui il gioco, mi rivolta tenendomi per le gambe e si dedica a succhiarmi il membro pronto a esplodere, continuando a massaggiare il mio pertugio infiammato. Sento le sue lunghe dita penetrarmi e possedermi, mentre la bocca accoglie per intero il mio pene.
Questa volta, butto all’indietro la testa e urlo, con il poco fiato che mi è rimasto, invoco una pietà che non desidero. Anelo al piacere, ma desidero perdurare quella celestiale tortura. Lui sa, è un amante sapiente. Non conosce perfettamente solo il suo corpo, ma anche il mio: i miei ritmi, il mio punto di non ritorno, ed è bravo a sfiorarlo, per poi arretrare, rallentando il ritmo. Pure io cerco di trattenermi, anche se diventa sempre più difficile.
Affondo le dita tra i suoi capelli, seguendo il saliscendi del suo capo.
Le dita premono. La lingua avvolge.
«Oh Dio, sì, sììì…»
Ho riempito la bocca del mio fantastico partner e lui non si è sottratto, ha continuato a leccare l’asta e il glande, finché lo sperma ha smesso di uscire. È stato premuroso, metodico e, in un qualche modo, sottomesso. Poi, si è disteso accanto a me, attirandomi verso il suo corpo e tenendomi stretto tra le sue braccia.
Sento il suo respiro tra i miei capelli e allungo la mano per ricambiare il favore: lui non ha avuto l’occasione di sfogarsi. Vorrei abbassarmi e dedicarmi a un sapiente lavoro di lingua: sono anch’io bravo a mandare in estasi un uomo succhiando e leccando le zone erogene. Ma mi tiene bloccato, per iniziare a baciarmi sulla bocca. I nostri respiri sono affannosi e quel bacio è soffocante, ma non mi sottraggo e neppure lui si sottrae alle attenzioni delle mie dita che scivolano sull’asta del suo membro. Stiamo strettamente abbracciati e continuiamo a rubarci l’aria a vicenda con la bocca, finché il suo caldo seme ci incolla: inguini, mano… letto. Credo di conoscerlo abbastanza bene da sapere quanto lo sporcare le lenzuola lo infastidisca, ma non lo dà a vedere. Continua a cullare il mio corpo e i suoi baci si fanno più leggeri, teneri bacetti a fior di labbra, con lievi succhiotti.
Il respiro, che accarezza il mio viso, è un balsamo ristoratore per lo sforzo. Non mi sono praticamente mosso, ma è come se avessi fatto due ore di palestra. Parker Aames mi distruggerà.
«Vuoi fare la doccia?»
Annuisco con suoni gutturali. Chissà, forse ho perso la parola. Indugiare in un fare pigro mi piace.
«Da solo?» Sussurro, cercando di apparire malizioso.
Ride e la vita si illumina. Incredibile, è ancora più bello, quando ride. Cambia totalmente fisionomia. La sua espressione è sempre compita, severa, per certi versi. Ma quando ride, tutti i muscoli del viso si rilassano, affiorano un paio di rughe d’espressione accanto agli occhi, che a lui stanno benissimo, e paradossalmente, sembra più giovane, quasi un ragazzino. Non succede spesso, non ride in modo così spontaneo di frequente. Ma quando accade, mi spiazza, con questo pertugio di vulnerabilità. Sbirciare l’umanità di Parker Aames è un’esperienza preziosa e io sono felice dell’opportunità concessami.
Alla fine, mi caccia verso il bagno e sì, devo farmi la doccia in solitario. Immagino anche il perché e avrei la tentazione di sbirciare, ma cerco invece di sbrigarmi, per rendermi presentabile. Quando torno in camera, il letto è rifatto con nuova biancheria, che sicuramente fa ffff, come l’altra. È un robot, o una perfetta massaia: il disordine lo destabilizza.
«Dove sei?» Chiamo, avanzando a piedi nudi lungo il corridoio, con addosso solo un paio di jeans, senza essermi dato la briga di tamponare troppo i capelli. Sono leggermente riccio e, se uso il phon, o li friziono troppo con un telo di spugna, diventano crespi e non mi piace.
Lui è nel salone, già vestito, in piedi accanto al tavolino, intento ad analizzare dei documenti. Lavoro, lavoro e sempre lavoro, gli riesce proprio difficile rilassarsi.
Sentendomi arrivare, si volta dalla mia parte e solleva un sopracciglio. Altro che sorriso, qua rischia di incenerirmi con quegli occhi di un celeste unico, ma freddo, in questo momento.
«Stai sgocciolando sul pavimento» sentenzia asciutto.
«Esagerato, al massimo ho qualche goccia che mi corre giù per il collo, potrei rischiare la cervicale» scherzo.
Ma la sua espressione non si addolcisce: le labbra si pressano fra loro e le palpebre si chiudono un momento, per raccogliere le forze.
«Hai camminato scalzo per tutto il corridoio?» Indaga, fissandomi nuovamente con aria critica.
Non c’è bisogno che ammetta la mia colpa, è evidente che l’ho fatto, anche se non capisco la gravità dell’infrazione, che mi si imputa.
Sospira profondamente, senza aggiungere ulteriori commenti riguardo alle mie azioni.
«Vai a finire di vestirti, che usciamo» ordina calmo, abbandonando il tono di rimprovero. «E per carità, datti un’asciugata a quei capelli.»
Ridacchio, facendo dietro front, per tornare in camera.
«I jeans vanno bene?» Indago, alzando la voce quanto basta, per farmi udire dall’altro capo dell’appartamento. Non si sa mai, che non abbia in mente un pranzo di gala. È la prima volta che usciamo e sono curioso.
«Sì, andiamo a fare un brunch. Ormai, è tardi per la colazione.»
Anche in quest’affermazione, colgo una nota di disappunto. Sembra che io non ne combini una giusta.
Certo, mi permette di indossare ciò che mi pare, dicendo che usciamo solo per un brunch, ma lui è impeccabile, come sempre. Credo non abbia intenzione di indossare la cravatta, ma per il resto, sembra pronto per una sfilata di Armani.
Ormai ci sono abituato, stare accanto a lui significa scomparire o comunque sfigurare. D’altra parte, lui possiede un portamento e una prestanza fisica che difficilmente passano inosservati. Io mi rassegno a fare il ragazzino al suo seguito.
Almeno, quando ci ritroviamo nell’atrio, non sembra contrariato dall’abbigliamento che ho scelto: jeans e polo. Evidentemente, non raggiungo il livello di guardia di sciatteria. Credo, per usare le parole che sceglierebbe lui, di essere accettabile.
Scesi al parcheggio, indugia un attimo, visibilmente combattuto e poi, raddrizzando esageratamente la schiena, come fa sempre quando è a disagio, chiede frettolosamente:
«Vuoi guidare tu?»
Wow, che prova di fiducia. Credo che questa condivisione, in una coppia tradizionale, si potrebbe piazzare tra Impegniamoci seriamente e Ti do le chiavi di casa. Parker Aames non è un tipo ordinario, per lui un gesto del genere equivale a farti entrare nella sua sfera estremamente privata, che va oltre all’intimità del sesso.
Lo ringrazio con un sorriso e prendo le chiavi dalla sua mano. Ho una grande responsabilità: 314 cavalli da domare e il proprietario da tranquillizzare.
Una volta a bordo, lui armeggia con il navigatore e imposta le coordinate della nostra destinazione, un po’ fuori dal centro di Boston, verso la costa. C’è tensione nella macchina: guidarla è un piacere, ma è passato un po’ di tempo dall’ultima volta che ho stretto un volante tra le mani e quest’auto è veramente potente, rischia di schizzarti via alla minima pressione dell’acceleratore. Anzi, è proprio lei a richiederlo: è una creatura progettata per correre, soffre se trattenuta. Ma non mi fido ad assecondarla, devo ancora prendere le misure. Esco con calma dal parcheggio e mi immetto nella strada consigliata.
Parker non parla molto, si limita a dirmi che mangeremo a una caffetteria molto semplice, specializzata in piatti a base di pesce, nella zona del porto.
Una volta usciti dal traffico cittadino, la via è larga e libera ed è lo stesso Parker a incitarmi a spingere un po’ di più. Devo dire che riscopro questo piacere, o meglio, è la macchina che me lo fa riscoprire: guidare è una bella attività che, dopo un primo tentennamento, aiuta a distendere i nervi. Non sono sicuro di poter affermare la stessa cosa per il mio partner, ma dissimula bene.

Annunci

Rispondi

Effettua il login con uno di questi metodi per inviare il tuo commento:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...