Estratto: Il momento della verità di RJ Scott

In attesa che esca il 6 ottobre il terzo capitolo della serie Il Santuario di RJ Scott, l’autrice ha postato sul suo blog un estratto del libro.

Ecco per voi un assaggio di Il momento della verità:

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Capitolo 1

“Cosa diavolo sto cercando esattamente?” In piedi al centro della stanza, Beckett Jamieson si voltò lentamente e fece un giro completo su se stesso, catalogando più cose possibile. Non c’era niente che corrispondesse alla descrizione che lei gli aveva lasciato. Nessuna decorazione in legno intagliato. Il letto sembrava addirittura nuovo, probabilmente molto più di quanto lo fosse diciotto anni prima, l’ultima volta che lui era stato lì. Ma di sicuro lei aveva previsto che qualcosa potesse cambiare per quando lui avrebbe compiuto i ventuno anni, quindi l’intaglio di cui parlava forse non era una decorazione del letto. Guardò le due cassettiere che fungevano da comodini. La semplicità del loro design era sconfortante.

“Dai, Mamma. In questa stanza non c’è nulla che si avvicini a un intaglio. Dammi una mano.” Fino a quattro settimane prima non aveva la minima idea che la madre naturale gli avesse lasciato quel puzzle da comporre. Sapeva di essere stato adottato sin da quando aveva dieci anni, ma non gli era mai saltato in mente di andare in giro per gli Stati Uniti alla ricerca di un fantomatico nucleo familiare d’origine che non lo aveva mai davvero voluto. Non ci aveva pensato a dieci anni quando era in fissa con i Transformers, non a quindici quando aveva capito di essere gay, né a diciotto quando stava cominciando la sua vita al college. Il momento magico era giunto al compimento dei ventuno anni, e non per suo volere.

Isla e Derek Jamieson, le persone che lo avevano preso con loro quando era piccolo, erano morti pochi anni prima e forse avevano portato con loro nella tomba ogni informazione riguardo i suoi veri genitori. L’unica indicazione che gli avevano offerto era che tutto si sarebbe chiarito quando avrebbe compiuto ventuno anni e sarebbe stato abbastanza grande da scegliere chi voleva essere. E quando era stato convocato da Austin Mitchell, a quanto pareva l’avvocato di famiglia, si era scoperto a volerne, e doverne, sapere di più.

L’avvocato – “Chiamami Austin” – gli aveva consegnato un grosso faldone che conteneva una lettera chiusa in una busta sigillata e un pacchetto confezionato con cura. Il pacco riportava un semplice messaggio: Buon ventunesimo compleanno, Robert. Con amore, mamma.

“Conosceva la mia madre biologica?” Beckett l’aveva sempre considerata come tale. La sua vera mamma era Isla Compton. L’unica costante nella sua vita; dispensatrice di dolci, abbracci e di un affetto enorme.

“Sì, abbastanza bene.” Austin lo aveva detto come se fosse un dato di fatto, ma Beckett si era accorto di come l’uomo avesse contratto le labbra e della tristezza che gli si era dipinta sul viso. Era evidente che Austin aveva conosciuto sua madre abbastanza bene da essere addolorato per la sua perdita. Era possibile che l’uomo più anziano l’avesse conosciuta in senso biblico?

“Era…” Beckett avrebbe voluto dire il suo amante? suo marito? ma sarebbe stato scortese e lui non voleva essere scortese, “… speciale per lei?” aveva quindi terminato in tono sommesso. Era tutto ciò che gli era venuto in mente e una relazione speciale poteva spiegare perché l’avvocato fosse stato incaricato di parlare con lui una volta compiuti i ventuno anni. Forse quell’uomo maturo era il suo padre biologico? Austin, all’apparenza leggermente colpito dalla domanda, aveva semplicemente scrollato la testa.

“Quindi il mio vero nome è Robert?”

“Robert Edward Bullen.”

Beckett aveva soppesato il nome e le sue dirette implicazioni. Non si sentiva per nulla un Robert. Lui era Beckett. Beck. E non aveva nessuna intenzione di cambiare il suo nome, né in quel momento né mai. Assieme alla lettera c’era un orsacchiotto di peluche, di quelli che si usavano per decorare una culla o una carrozzina. Beckett lo aveva preso tra le mani e, accarezzandogli la pelliccia morbida, si era sorpreso a desiderare che potesse far riaffiorare i ricordi di quando aveva quattro anni. Non era successo e lo aveva posato sulla scrivania.

“E del mio padre biologico che può dirmi?” aveva chiesto poi con prudenza. Nella sua mente la madre era una ragazzina rimasta incinta senza un marito da includere nel quadro. Stando in quel modo le cose sarebbe stato più facile perdonarle di averlo abbandonato.

“È ancora vivo,” aveva detto Austin e Beckett aveva immediatamente sollevato lo sguardo su di lui.

“Sa della mia esistenza?”

“Lo sapeva. Pensava fossi morto nello stesso incidente stradale in cui ha perso la vita tua madre.”

“Quindi lei è morta. È morta e io sono stato adottato. Non ha rinunciato a me.”

“No.” Austin aveva sospirato e chiuso per un attimo gli occhi. “Non c’è stata nessuna rinuncia. Lei è morta e tu sei sopravvissuto.” Il suo tono di voce era stato calmo e razionale. Poi aveva continuato: “L’ho aiutata prendendoti con me e traendoti in salvo.”

Beckett aveva guardato l’uomo sbattendo le palpebre. Non riusciva davvero a capire. Gli sembrava la trama di un giallo. “Mi ha tratto in salvo? Che vuol dire?”

“Penso che la lettera comincerà a darti delle spiegazioni. Adesso ti lascio da solo e vado a preparare del caffè per quando sarai pronto a parlare. Il computer è a tua disposizione.” Austin aveva lasciato la stanza senza voltarsi indietro e Beckett aveva aperto il pacchetto. Al suo interno c’era una semplice scatola piatta in legno sul cui coperchio era stampato un timbro a inchiostro scuro. Dopo aver esaminato le lettere, Beckett si era reso conto che erano le iniziali del suo vero nome: RB. Sollevando il coperchio della scatola aveva trovato un braccialetto. Pesante e d’oro, era senza dubbio da uomo, della misura perfetta per essere portato al polso. Il suo polso.

Catapultato di nuovo nel presente, Beckett cercò il braccialetto. La sensazione del suo peso contro la pelle era rassicurante, nonché una connessione con Emma Bullen, la donna che lo aveva messo al mondo. Nella lettera c’era scritto poco: solo una lista di istruzioni e le solite cose che Beckett immaginava potesse contenere una lettera di spiegazioni. Lui era Robert Bullen, figlio di Gregory Bullen, nipote del senatore Thomas Bullen e di Alastair Bullen. Suo padre biologico era vivo e così i suoi zii. Ciò che aveva portato Beckett nella villa sulle Catskills, e da suo padre, era stata la strana indicazione secondo la quale avrebbe dovuto cercare uno spazio intagliato nella sua vecchia camera. Ovviamente, prima di arrivare, aveva fatto le sue ricerche.

Ciò che aveva scoperto non corrispondeva affatto a quanto sperava; non in relazione a sua madre, perlomeno. Emma Bullen era morta in un incidente stradale insieme con il figlio Robert, bruciata viva lungo una strada a tornanti sulle montagne non troppo lontano da villa Bullen. Senza alcun testimone, tutto ciò che era rimasto dell’auto erano state delle lamiere contorte e annerite sul fondo di un burrone. A quel punto Beckett aveva fatto un passo indietro e aveva cercato di scoprire quanto possibile sulla famiglia di Robert Bullen.

Suo padre Gregory e suo zio Alastair erano due uomini d’affari con le mani in pasta in una miriade di settori. L’altro zio, Thomas, era un rispettabile senatore, un politico candido e immacolato che basava il suo programma su forti valori etici. Il senatore non aveva grandi contatti con i fratelli, ma persino uno stupido che fosse incappato per caso in Greg e Alastair avrebbe intuito che razza di uomini fossero. Mafia. Nel vero senso della parola. Estorsione, droga, prostituzione; tutto avvolto da un manto di rispettabilità. Beckett non era nemmeno sicuro fin dove si allargassero le ramificazioni dei loro crimini.

E adesso lui era lì, in quella stanza da letto, a seguire le istruzioni di una lettera impresse a fuoco vivo nella memoria, e alla ricerca di un qualche intaglio che lo guidasse Dio solo sapeva dove. Secondo quanto Emma aveva scritto nella lettera, qualsiasi cosa avesse trovato sarebbe bastata a farla pagare ai responsabili della sua morte e lo avrebbe messo in una posizione di vantaggio nei confronti della famiglia. E, anche in quel momento, sentì un brivido lungo la schiena a quel pensiero. Lei sapeva che stava per morire? Doveva essere stato un peso enorme da portare senza crollare.

Aveva visto delle foto sgranate su internet, prese dai giornali che risalivano ai tempi della morte di Emma: i tre fratelli in piedi in un cimitero e due bare, una grande e una piccola. Apparentemente entrambe non contenevano che un mucchietto di ossa carbonizzate. L’avevano scritto nero su bianco, senza alcuna remora. Sensazionalismo giornalistico alla massima potenza.

“Va bene,” si disse a bassa voce. “Se fossi stato in questa stanza, quale mi sarebbe sembrato un posto sicuro?”

Raggiunse la cassettiera, un altro semplice mobile in legno, e fece scorrere le dita lungo la venatura. Quando sua madre aveva scritto le istruzioni, lui era talmente piccolo da aver completamente dimenticato come potesse presentarsi la stanza a quei tempi.

“Stai bene, figliolo?” Gregory Bullen si materializzò davanti alla porta e Beckett si irrigidì all’istante. C’era qualcosa nella presenza di Gregory che lo spaventava a morte. L’uomo anziano aveva la stazza di un armadio, largo e forte, la pelle segnata da anni di rughe, capelli neri come la notte. Imponente. Energico. Possente.

“Stavo solo dando un’occhiata,” rispose Beckett con un’alzata di spalle. Gregory poteva interpretare la frase come voleva. L’uomo entrò nella stanza e si fermò a guardarlo.

“Robert,” disse comprensivo. “Tua madre,” si fece il segno della croce, “pace all’anima sua, amava questa stanza.”

“Davvero?” non poté fare a meno di chiedere lui. Era alla disperata ricerca di qualsiasi informazione sulla persona che gli aveva dato la vita. Scelse persino di ignorare l’immediata fiamma di disgusto che gli si era accesa dentro nel sentirsi chiamare Robert.

“Non dovrei parlar male dei morti, ma lei non era adatta a vivere in una casa così sontuosa. Era una persona troppo semplice per questo luogo e amava questa stanza per quello che rappresentava: un posto nel quale essere se stessa.” Gregory aveva parlato con un accenno di affetto, ma a Beckett piacque pensare di essere riuscito a scorgere l’intento recondito dietro le parole. Dalla voce del padre, infatti, non trapelava nessuna nostalgia per un amore perduto.

“Che pensavo della casa quando abitavo qui?” chiese Beckett con curiosità. Tanto valeva farsi un’idea di come era a quattro anni, prima che venisse portato altrove.

“Amavi questa casa. Ogni suo angolo era un nascondiglio e ogni stanza un’avventura.” Questa volta la voce di Gregory trasmetteva un’emozione genuina. Affetto? Rabbia? Beckett non sapeva a dirlo con certezza. Il padre era una persona difficile da interpretare. L’uomo continuò: “Io e tuo zio abbiamo degli incontri d’affari. Ti andrebbe di unirti a noi in città?”

E trascorrere un’ora nella limousine con autista in compagnia dei fratelli terribili? Gregory freddo come il ghiaccio e per di più viscido, e Alastair un dannato prepotente con la morte dipinta negli occhi? Cazzo, no! Beckett aveva del lavoro da portare a termine lì a casa. Non da ultimo trovare le prove che sua madre aveva nascosto in quella stanza e cercare di entrare nel computer di Gregory per carpirne altre informazioni. Gregory si stava sforzando, ma non per la prima volta Beckett avvertì che la loro relazione era fondata esclusivamente sul sospetto. In fin dei conti era ritornato dopo diciassette anni e nonostante un test di paternità avesse provato che era davvero Robert Bullen, Gregory sembrava essere ancora pronto ad accoglierlo. C’erano state discussioni serie su dove Beckett fosse stato, su chi si fosse preso cura di lui e su cosa ricordasse. Beckett non aveva mai immaginato che si sarebbe sentito così sollevato di non avere più di una famiglia di cui parlare.

“No. Ti ringrazio,” rispose in tono cordiale. “Ho una montagna di cose da studiare.” Sottolineò la frase con quello che sperava fosse un sorriso afflitto e non un ghigno forzato. Gregory ricambiò anche se il sorriso non si estese ai suoi occhi. Beckett si chiese cosa avrebbe detto a quel punto. Il padre sembrava prepararsi a una di quelle esternazioni emotive che non mancavano mai di incasinargli la testa.

“Mio figlio, il laureato,” dichiarò invece prima di girare sui tacchi e lasciare la stanza.

Beckett attese che la limousine si allontanasse, fissandola fino a che le sue linee curve non furono svanite oltre il viale d’accesso. Altri cinque minuti, poi riprese a setacciare la stanza. Ora, però, aveva tutta la libertà di farlo e ne approfittò per scostare i mobili dalle pareti.

Il patto con il sostituto procuratore distrettuale prevedeva che avrebbe fornito informazioni in cambio di un aiuto per riuscire a cavarsela. Aveva già visto cosa accadeva a chi incrociava i Bullen sulla propria strada: la morte di Elisabeth gli aveva dimostrato con quanta facilità si moriva per mano delle persone assoldate dalla famiglia. Non lo aveva sfiorato neppure per un attimo il pensiero che essere il figliol prodigo avrebbe potuto salvarlo, se avessero scoperto il vero motivo per cui si trovava lì. Anche il tizio che aveva incontrato il giorno prima, Dale, aveva promesso di dargli una mano, e tutto ciò che Beckett voleva in quel momento era trovare le prove lasciate da sua madre e poi andare via. Si chiese cosa stesse cercando davvero. Un dischetto? Di certo si trattava di qualcosa che risaliva a diciassette anni prima. Se fosse stato un dischetto era probabilmente un enorme floppy disk che Beckett sperava con tutto se stesso non si fosse deteriorato al punto da essere illeggibile. Magari si trattava di appunti, oppure di foto?

Frustrato per non aver ancora trovato nulla, Beckett si appoggiò al comò e abbassò la testa. Perché non riusciva a ricordare neanche un particolare della sua infanzia? Perché la sua mente era una tabula rasa? Rialzò il capo al cielo, imprecando e invocando una qualche ispirazione. Fu allora che lo vide.

Il rosone attorno al lampadario. Legno leggermente intagliato ridipinto di bianco. Possibile che fosse quella la collocazione? C’era un solo modo per scoprirlo. Spostò la sedia dalla specchiera per posizionarla sotto il lampadario e si arrampicò fino a raggiungere la decorazione. Attorno all’orlo del rosone c’era un bordo che, osservato dal basso, sembrava incontrare il soffitto, ma che in realtà lasciava uno spazio abbastanza largo da poterci infilare un dito. Sperò come un dannato di non essere prossimo a toccare fili scoperti o ragni o chissà quali insetti schifosi. Eccitato, spinse tutta la mano all’interno e cominciò a farla scorrere. C’era qualcosa. Una busta piatta? Documenti? Facendo forza sulle dita dei piedi spinse la mano ancora più avanti e riuscì a estrarre l’oggetto, sollevando uno sbuffo di polvere che gli irritò gli occhi e solleticò il naso. Provò con cautela a cercare qualcos’altro dentro il rosone ma le sue dita incontrarono solo dei fili. Soddisfatto per aver trovato qualcosa, saltò giù dalla sedia e con mano tremante tirò fuori l’unico foglio che c’era all’interno. Sospirò: per lo più si trattava di altri appunti indecifrabili, ma cominciò lo stesso a leggere.

Non vide chi era. Non ebbe nemmeno il tempo di abbassarsi. Un pugno lo raggiunse alla tempia, e il dolore che lo costrinse in ginocchio gli fece capire che era fottuto.

“Che cazzo stai facendo?” sibilò la voce di Alastair. Era chiaro che non fosse andato con Gregory. Forse era stata una bugia, oppure c’era stato un cambio di programma all’ultimo minuto. In ogni modo, Alastair aveva una pistola e la teneva puntata contro di lui.

Beckett fece uno scatto all’indietro e si precipitò all’interno del bagno, sbattendo la porta e tenendola chiusa con il peso del suo corpo. Non c’era la serratura. Ma chi era che non aveva una serratura alla porta del bagno? Il legno era solido e avrebbe impedito a un proiettile di passare, ma Beckett dibatté se non fosse meglio allontanarsi dalla porta per precauzione.

Merda. Che diavolo stava facendo? Perché non aveva cercato di spiegarsi? Avrebbe potuto dire che stava solo… cazzo. Non si era preparato neanche una scusa.

“Smettila di fare lo stupido, Robert, ed esci dal bagno.” La voce di Alastair era dura e impaziente.

“Beckett. Mi chiamo Beckett Jamieson,” urlò lui addossandosi contro la porta mentre tirava fuori dalla tasca il cellulare. Il bagno non presentava alcuna via d’uscita e neppure finestre che dessero sull’esterno. La chiamata si collegò velocemente e lui disse tutto quello che gli venne in mente: “Sono intrappolato in bagno. Ho fatto un casino e sono terrorizzato. Non posso uscire da…” Non riuscì a finire. La porta venne spalancata ‒ la sua figura esile non poteva nulla contro la furia di quell’orso che era lo zio ‒ e il telefono volò via. Andò a sbattere contro la vasca da bagno e di colpo come era saltato via dalle sue mani, giacque in pezzi sul pavimento.

La pressione esercitata contro la porta spinse Beckett all’interno della stanza. Per non cadere dovette aggrapparsi a qualcosa, ma Alastair lo bloccò, mettendogli le mani al collo e tirandolo per i capelli. La presa di Alastair lo stava soffocando mentre l’uomo lo alzava da terra con tanta forza che Beckett cominciò a vedere dei puntini neri davanti agli occhi.

“Lo sapevo, cazzo!” Alastair calcò l’uscita con un tono rabbioso e, mentre continuava a stringergli la mano, Beckett sentì i sensi venir meno.

* * * * *

Qualcosa gli mordeva i polsi e faceva male. Corda? Spago? Di qualunque cosa si trattasse era duro e inesorabile. Stava riprendendo coscienza poco alla volta e sentiva la lingua impastata di sangue. Aveva le mani legate ed era accasciato sulla stessa sedia che aveva usato per raggiungere il soffitto. Anche la gola gli faceva male. Davvero male.

“… computer. Ce l’hanno mostrato le telecamere.”

“Questo non significa…”

“Greg, questo è il motivo per cui ti ho detto che sarei rimasto e perché ti ho richiamato dalla città. Gli sono stato incollato per quasi ventiquattrore e non ha fatto altro che dirmi stronzate. Il figliol prodigo ritorna e tu non sei nemmeno un po’ sospettoso? Non hai imparato niente? Cazzo, no. Sei sempre stato l’anello debole di questa famiglia. Prima Emma tutta innocentina, poi Thomas e quella puttanella di Elisabeth, adesso questo tuo fenomeno di figlio. Ho due idioti per fratelli…”

“Non parlarmi in questo modo…”

“Aspetta. Bel faccino si è svegliato.”

Beckett sbatté gli occhi all’indirizzo dello zio; il viso di Alastair si deformò in un ghigno. L’uomo era vicinissimo alla sua faccia, tanto che riusciva a sentire chiaramente l’odore dell’acqua di colonia che si era rovesciato addosso. All’improvviso desiderò essere ancora privo di sensi. Alastair lo aveva subissato di domande mentre lo prendeva a pugni e lo teneva legato in quella stanza terribilmente fredda e con le finestre spalancate. Aveva raggiunto il suo limite e ora era arrivato anche Gregory.

“Che cos…” cominciò a dire. Poteva provare e fingersi innocente. Magari non era troppo tardi per recuperare un minimo di controllo sulla situazione. “Cosa è successo? Che cosa mi sta facendo lo zio Alastair? Digli di slegarmi.”

Alastair sorrise e fece un passo indietro mentre Gregory si strinse semplicemente nelle spalle. Okay. Rivolgersi a Gregory perché intervenisse sullo zio non avrebbe funzionato.

“Papà?” Ecco. Meglio concentrarsi sul rapporto filiale.

Un lampo di dolore attraversò il viso di Gregory. “Alastair?” Beckett lo guardò rivolgersi al fratello, ma questi scosse la testa. Per un momento si era sentito vicino al padre, ma era durato poco.

“No, Greg. Non finché non so cosa cazzo è questo.” Alastair porse a Gregory la busta aperta e l’uomo ne estrasse un pezzo di carta e una chiave. “Perché non dici a mio fratello di cosa si tratta?” sbottò poi rivolto a lui mentre gli si avvicinava. Beckett sussultò.

“Un ricordo di quando avevo quattro anni,” mentì.

“Tutte. Cazzate.” Lo schiaffo che accompagnò la frase piegò la testa di Beckett da un lato, causandogli una staffilata di dolore al collo. “Leggila a voce alta, Greg. Che dice?”

“Hai bisogno dell’altra, ma sai dove si trova. Ce l’ha Texas,” lesse Gregory. “Poi c’è scritta della roba in lettere e numeri.” Accartocciò il foglietto e lo buttò sul pavimento. Si rigirò la chiave tra le mani. Era piccola e argentata; niente di speciale. Beckett fissò Gregory mentre se la infilava in tasca.

“L’altra cosa?” gli urlò Alastair nelle orecchie. “Un’altra chiave? Dove in Texas? Chi conosci del Texas? A cosa serve la chiave?”

“Nessuno…” cominciò a dire Beckett, ma Alastair lo colpì ancora e poi ancora. Ponendogli sempre le stesse domande. Dove. Chi. Perché. La testa sbatteva da una parte all’altra e la bile gli invadeva la gola. Sembrava davvero la fine di tutto; dopo un giorno trascorso a fare domande e a infliggere dolore, Alastair era giunto al limite. “Cazzo, Alastair; che diavolo c’è che non va in te? Finirai per ucciderlo.” Persino Gregory sembrava sconcertato dalla furia del fratello e Beckett nutrì un briciolo di speranza che il padre intervenisse e lo fermasse.

“Vuoi saperlo? Vuoi sapere davvero cosa stava facendo questo stronzetto?”

“Cosa?” Gregory sembrava smarrito.

“L’ho fatto seguire. Era pappa e ciccia con Elisabeth, come già ben sai, ma me ne sono occupato io. Ieri ha incontrato un investigatore privato, un tale all’interno di un centro commerciale e chi cazzo sa che cosa gli ha consegnato. Le telecamere di sicurezza lo hanno registrato mentre usava il tuo computer, nel tuo ufficio, Greg. Mentre copiava dei file.” Un altro colpo e Beckett sentì la bile salire ancora. Stava per vomitare. Alastair lo tirò in piedi. “Digli che cosa stavi facendo, stronzetto…”

“Studiavo…” Beckett si lasciò sfuggire quella sola parola. Sul viso di Alastair si dipinse un’espressione di scherno.

“Nei tuoi file personali, Greg.”

“Papà?” Beckett indossò un’espressione supplichevole. Tanto valeva usare un eventuale legame, ma negli occhi di Gregory non c’era nulla. Non c’erano compassione né affetto paterno. Solo gelo.

“Non sei venuto qui per cercarmi, Robert.” La voce di Gregory era piatta. Quello che aveva affermato non lasciava adito a dubbi. “Te l’ha detto lei di venire qui? Cosa cercavi? Sei qui per uccidermi? Per vendicarti di quello che le è successo?”

“No…” Beckett restò senza fiato quando Gregory finì quello che Alastair aveva iniziato, mentre quest’ultimo lo teneva fermo. La barriera si era infranta e tutto l’odio e la violenza che Gregory aveva celato dietro la sua maschera di uomo civile esplosero in tutta la loro brutalità. Una scarica di pugni si riversò contro il petto di Beckett, mentre il dolore si irradiava veloce e acuto.

“Li hai fatti vedere a qualcuno? Che ne hai fatto dei file?”

“Non ho… Studiavo…” Beckett si sentì venir meno. La vista gli si offuscava lentamente e l’unica cosa che lo teneva ancora in piedi era la salda presa di Alastair sul suo braccio. Il colpo successivo calò con forza sulla clavicola, dislocandola, e Beckett sentì qualcosa lacerarsi e schioccare nel braccio.

“Te l’avevo detto che parlava con Elisabeth. Cazzo, Greg. Te l’avevo detto che avresti dovuto eliminarlo appena è arrivato qui.” Alastair gli liberò il braccio e Beckett cadde sulla sedia, che scivolò all’indietro finché la spalliera non colpì il letto, e solo la pura forza di volontà mantenne Beckett col busto eretto. “Dovrà morire. Come Elisabeth.”

“Va bene, ma non ho lo stomaco per farlo…” Greg non sembrava triste né addolorato. Le sue parole suonavano amare e distaccate. ”Pensa tu a scoprire quello che sa e cosa ha fatto.”

“Come vuoi. Lascia fare a me.” Il tono di voce di Alastair era paradossalmente euforico. Godeva davvero nel fare del male e uccidere.

“Voglio nomi e numeri e quando avrai finito seppellisci il corpo su in montagna,” disse Greg con tono distaccato. Nel sentire quelle parole Beckett avvertì una scossa di paura risalire lungo la spina dorsale. Sentiva la mente intorpidita e quasi completamente divorata dal terrore. Sollevò la testa, a malapena in grado di scorgere qualcosa attraverso le due fessure dei suoi occhi gonfi. Greg lo fissava.

“Avresti potuto avere tutto Robert. Tutto.”

Poi successe il finimondo.

Grida. Ordini. Una pistola. Uno sparo. Quindi due forti braccia che lo trascinavano in piedi e un borbottio: “Ti ho preso, ragazzo.”

Beckett si lasciò sollevare, preoccupandosi unicamente di recuperare chiave e lettera. Crollò in ginocchio e, mentre l’aria veniva lacerata da un’imprecazione, si affannò là dove Gregory giaceva in mezzo a un lago di sangue. Beckett si impossessò della lettera e poi prese ad armeggiare in mezzo al sangue e ai grumi alla ricerca della chiave. Avvolto da una nebbia di dolore non riusciva a vedere nulla e dovette avanzare a tentoni facendosi largo tra materia e sangue appiccicoso.

“Cazzo. Ragazzo…”

“Aspetta…” Beckett urlò quella parola nella sua testa, ma l’unico suono che uscì davvero dalle sue labbra rotte e sanguinanti fu qualcosa di simile a un mugolio.

“Dobbiamo andare. Dale, Cristo Santo…”

Beckett chiuse le dita attorno alla piccola chiave e si rimise in piedi con un fremito di trionfo.

“Non lo prenderai…” La voce di Alastair, il rumore di una colluttazione e Beckett venne spinto con violenza da dietro. Durante la caduta sbatté la testa contro lo spigolo di un comò e l’ultimo pensiero coerente che riuscì a formulare era che aveva la lettera e la chiave e che era ancora vivo. Il resto si sarebbe messo a posto da sé.

Blog autrice: http://rjscottauthor.blogspot.it/2015/09/il-momento-della-verita-santuario-libro.html?zx=ebf55d805ef93c1c

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