Estratto: Chissà dove di Heidi Cullinan

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Mi chiamo Monroe Davis, e questa è la storia di come ho trovato la mia casa.

Un tempo, la mia casa era Algona, nell’Iowa. Crescendo, gli altri non vedevano l’ora di andarsene, ma io avrei potuto restare per sempre. Alle volte mi manca ancora. Mi mancano gli alberi massicci e rigogliosi, e i campi di granturco e soia che si piegano al vento mentre guidi per la campagna. Mi manca agosto quando la terra si cuoce, umida e ricca e piena di vita. Mi mancano i pranzi parrocchiali in canonica, mi manca la parata del Quattro luglio piena di gente che conosco dalla nascita. Ma ero arrivato al punto in cui dovevo andarmene, perché non era più una casa per me.

Cominciò tutto quando mia madre trovò i miei porno. Stava pulendo camera mia, e per chissà quale ragione decise di riordinare anche il cassetto del comodino, fino in fondo, e si imbatté nella mia raccolta. La diede a mio padre, che venne dritto a cercarmi nel campo. Quando lo vidi arrivare, spensi il trattore e gli corsi incontro perché credevo che fosse successo qualcosa, che qualcuno si fosse fatto male.

Ma lui non disse niente. Sollevò le riviste e i DVD e rimase a guardarmi, in attesa che gli spiegassi. Peccato che avesse già capito tutto da solo, così chinai la testa e rimirai l’erba medica sotto gli stivali mentre il respiro mi si inceppava. Il sangue mi avvampava la testa, e il sudore mi colava dal collo.

Dopo un lungo silenzio doloroso, papà si voltò e si diresse verso casa.

Io montai sul trattore e finii di rastrellare la paglia perché non sapevo che cos’altro fare.

Mandarono a parlarmi il pastore della nostra congrega. Mi disse dell’inferno e che ci sarei finito se continuavo con quello “stile di vita”. Mi spiegò che le mie scelte erano un abominio agli occhi di Dio e un insulto al buon nome della mia famiglia. Mio padre evitava il mio sguardo, e mia madre piangeva tutto il tempo. Mio fratello, Bill, si comportava come se gli avessi tirato un pugno in pancia.

A guardarli sembrava avessi ammazzato qualche bambino, e forse per loro era proprio così. Solo che invece ero lo stesso Roe di sempre. Gli mancava solo il pezzetto su cui avevo sempre taciuto.

Alla fine fu Bill che venne a parlarmi per primo. Disse che dopo aver pregato, e con l’aiuto del pastore, la famiglia aveva preso una decisione. Potevo restare, ma avrei dovuto fare delle sedute col pastore Tim. Mi diede anche i nomi di alcune brave ragazze con cui uscire. Mi fece capire che ne conosceva altre con cui fare sesso e basta, ma di non dirlo alla mamma. Però dovevo andare alle sedute, e chiudere coi porno gay e col gay, in generale. O così o quella era la porta.

Ebbene, scelsi la porta.

Rimasi in città, però, e cominciai a ficcarmi nei casini. In poco più di sei mesi mi ritrovai in carcere per una brutta rissa. Questo dopo un sacco di notti passate in cella e una mezza dozzina di denunce per reati minori, tutti legati al bere e alle risse. Mi diedero tre anni, che diventarono uno, e poi mi fecero uscire dopo otto mesi per via del sovraffollamento. Portai il bracciale alla caviglia, tenni un profilo basso e rigai dritto con l’ufficiale che mi aveva in custodia.

Appena fui libero per davvero, levai le tende da Algona.

Ero stanco. Stanco delle persone che mi facevano sentire uno schifo. Stanco di farmi trattare come un appestato. Stanco di passare dallo scaricare la colpa sugli altri alla speranza che forse strisciando il giusto mi avrebbero perdonato.

Ero stanco di aspettare che la mia casa tornasse da me. Così decisi che ‘fanculo, ne avrei fatto a meno.

Come potete immaginare, alla fine fu la vita a spuntarla.

Conobbi Travis Loving quando andai a lavorare al Chissà dove. Avevo girato tutto il Midwest trascinandomi da un ranch all’altro, fermandomi in Kansas e nei due Dakota. Il Chissà dove, nel Nebraska del Nord, era il punto più a ovest in cui mi fossi mai spinto. Ammetto che risposi all’annuncio per via del nome. E pure perché un altro inverno in quella merda di Nord Dakota e mi sarei impiccato. Mi avevano detto che in Nebraska non faceva così freddo. Così, dopo qualche giorno di bisboccia a Omaha, contattai il gestore del ranch, che disse che mi avrebbe messo in prova, e feci i bagagli.

L’altro aspetto che mi attirava del Chissà dove era il carattere non commerciale, le dimensioni ridotte quasi quanto quelle di una grossa fattoria. Lo so che dici ranch e la gente pensa alle pianure del Sud, ai cowboy gnocchi, alle tenute sconfinate e a quelle sterpaglie tonde che rotolano dappertutto, ma io sono cresciuto in fattoria, ed è lì che mi trovo a mio agio. I ranch mi sembrano sempre troppo grossi. Ci sento qualcosa di sbagliato.

Il Chissà dove era più piccino, ed era in culo ai lupi – da cui il nome. A quanto pare, quando l’ha comprato, Loving non faceva che dire a tutti che si sarebbe trasferito chissà dove nel mezzo del nulla, e il nome gli è rimasto addosso. Era una buona impresa, sana, specie considerato che il proprietario era ancora un principiante. Il mangime era tutto organico, e c’erano pecore e vacche in egual misura. Alla fattoria di papà le pecore le avevamo tenute solo per un periodo breve, ma ci capivo abbastanza da sapere in cosa mi stavo cacciando.

Nessun altro bracciante viveva in loco, il che all’inizio mi diede qualche pensiero. Ma il gestore spiegò che era un’impresa troppo piccola, e che quando ne avevano bisogno adoperavano a turno la manodopera del posto. Disse anche che se mi accontentavo, c’era un appartamentino sopra la stalla dei cavalli che potevo usare tranquillamente. Non mi sarebbe costato nulla in cambio della disponibilità a svolgere qualche lavoretto extra, tipo aiutare a recuperare i manzi se scappavano dal recinto. Insomma al ranch saremmo stati io e il padrone, col gestore e la sua famiglia che abitavano poco più in là.

Appena mi giunse all’orecchio la possibilità di avere un alloggio mio, invece del letto a castello con gli altri braccianti, ero pronto a fare qualunque cosa pur di ottenerlo. Badavo bene di non far sapere a nessuno che ero finocchio, ma non riuscivo lo stesso a sgropparmi di dosso il timore di incappare in qualcosa di imprevisto. Ero abbastanza certo che governare pecore e vitelli non avrebbe destato sospetti, ma in un alloggio mio avrei potuto farmi le seghe senza dover stare in guardia che nessuno si accorgesse che nei video e nelle riviste che avevo c’erano solo piselli.

Peccato che l’appartamento fosse una vera topaia. Era quattro metri per quattro, e penso che la moquette non vedesse un aspirapolvere dal 1972. Era arredato, aveva un letto, un tavolo, una poltroncina e un comodino, ma mi bastò un’occhiata alle lenzuola per girare sui tacchi e andare a comprarne di nuove al supermercato. Già che c’ero presi anche una bottiglia di candeggina. Ma nel complesso ero comunque contento della sistemazione. Dopo un po’ di pulizie e qualche mobile nuovo, per me era una reggia.

L’unico problema era che non c’era una cucina degna di questo nome, solo un frigorifero di dimensioni ridotte e una piastra a gas. Non sono un virtuoso dei fornelli, ma mangiare sempre fuori costa un occhio, e i panini a lungo mi stufano. Era un tale intoppo che pensai di pretendere una cucina vera, ma alla fine decisi che per i primi tempi mi sarei arrangiato. Avrei fatto pressioni per un salto di qualità una volta imparato a muovermi nella tenuta. Sempre che mi fermassi il tempo necessario.

Le prime due settimane vidi Loving solo di passaggio, di solito la mattina quando si fermava col gestore, Tory Parrish, alla staccionata. Tory annuiva mentre Loving parlava a bassa voce, il cappello bruno da cowboy che ballonzolava ogni volta che girava la testa di qua e di là per indicare i campi, i capannoni e l’attrezzatura. Di tanto in tanto lo vedevo uscire a cavallo un paio d’ore dopo la fine del turno dei braccianti e la riunione serale con Tory. Talvolta lo guardavo allontanarsi, perché erano un bello spettacolo, l’uomo e il cavallo, stagliati contro il tramonto.

Loving era alto e robusto, qualche centimetro in meno del mio metro e ottantotto. Una bellezza a cui non ero insensibile, ma era parecchio più vecchio di me. A quel punto avevo quasi venticinque anni, e Loving doveva essere vicino alla quarantina. Pareva più mio padre che uno su cui puntare gli occhi. In più, era il capo. Sapevo che in passato aveva lavorato come professore a Omaha e che era divorziato e senza figli, e sapevo che aveva comprato il ranch appena tre anni prima. In genere non gli badavo granché, tranne quando ce l’avevo intorno per non fare la figura del deficiente. Perché il lavoro mi piaceva e, a parte lo squallore della cucina, ci tenevo all’alloggio.

Un sabato sera sentii bussare alla porta, e quando andai ad aprire, giuro su Dio che mi trovai di fronte proprio Loving. Mi salutò con un cenno brusco. «C’è un problema sul crinale nord. Puoi venire a darci una mano?»

Dissi certo. M’infilai gli stivali, presi il cappello e lo seguii lungo le scale.

Tory ci aspettava su un quattro-ruote, il fucile caricato. C’era un’altra vettura per Loving accanto a quella di Tory, ma non una terza, così montai dietro il gestore e mi tenni al portapacchi durante il viaggio.

Quando vidi la pecora che vagava per il pascolo e urtava le compagne come fosse ubriaca, capii al volo la situazione.

«Sembra un problema neurologico». Loving però non sembrava convinto, e Tory scrollò le spalle.

«Altroché, se è neurologico» dissi io. «Quella bestia ha la rabbia».

Si girarono entrambi, sorpresi. «Come fai a saperlo?» chiese Tory.

Indicai la pecora. «Vedi che sembra matta? Le sta mangiando il cervello. Dobbiamo prenderla e portarla via di qui. Conviene isolare subito le altre, in gruppetti il più piccoli possibile. Non sappiamo quante sono state morse».

«Chiamo il veterinario». Loving fece per prendere il cellulare.

Scossi la testa. «Non serve a niente».

«Ma esiste una cura» insistette lui. «Alle persone la danno».

«Sì, e costa migliaia di dollari a iniezione. Qua ci son trenta capi. Fai prima ad ammazzarli tutti e ripartire da zero». Indicai il gregge raccolto. «Secondo me, la cosa migliore è dividerle a gruppetti e aspettare. Non è detto che siano infette. Si può solo stare a vedere». Mi toccai l’orlo del cappello. «Di sicuro devi chiamare gli uomini che ci hanno lavorato e accertarti che nessuno sia stato morso. Se ti infettano, non ci metti molto a tirare le cuoia».

Loving fece per riprendere il telefono, ma Tory lo aveva battuto sul tempo.

«Li chiamo io. Voi due cercate di prenderla e di capire come diavolo isolare le altre».

Loving afferrò il fucile, facendomi un cenno col capo mentre lo caricava. «Sei sicuro di quello che dici?»

Accidenti se ero sicuro. «Sono le moffette che gliela passano. Comunque sia, non si scherza con ‘sta roba. Potrebbe infettare metà gregge in una notte. Meglio ammazzarla e scoprire che avevo torto piuttosto che aspettare e perderle tutte quante. Tanto l’unico sistema per confermare la malattia è esaminarle il cervello. Quindi tanto vale».

Loving fece una smorfia scontenta e si spostò il cappello sulla fronte con la mano chiusa a pugno. «E io che mi lamentavo della zoppina».

«Oh, con le pecore ce n’è sempre, da lamentarsi. Non abbiamo mai tirato tante bestemmie quante negli anni che le allevavamo».

Loving sospirò e sollevò il fucile, ma subito lo riabbassò. «Ti spiace cercare di allontanarla dalle altre? Ma senza farti mordere».

Dirigendomi verso il centro del gregge, battei le mani e gridai: «Hee-yah!» finché le pecore non cominciarono a belare e a tamponarsi a vicenda nel tentativo di scansarsi. Quella infetta seguì le compagne per un secondo prima di cadere. Si rialzò quasi subito, e a quel punto, mi venne addosso.

Le pecore non sono propriamente dei ghepardi, ma mi levai di mezzo perché non ci tenevo a beccarmi un proiettile per sbaglio. Venne fuori che era un timore infondato, visto che Loving sa centrare un capello a mezzo miglio di distanza. Le piazzò un buco in mezzo agli occhi, e la bestia s’accasciò come un sacco di patate.

Tory si rimise il telefono in tasca. «Ho parlato coi ragazzi. Vengono a darci una mano a dividerle. Ho pensato che possiamo metterle negli stalli dei cavalli. A Chaucer e agli altri non farà male qualche giorno di pascolo; possiamo montare un recinto temporaneo nel terreno sud».

Così facemmo. In totale perdemmo solo altre due pecore, il che era ottimo. Ma non rivolsi più la parola a Loving per il resto della settimana. Il venerdì, lui se ne andò. Tory disse che avrebbe trascorso il week-end altrove.

Pensai che fosse una buona occasione per allontanarmi anch’io. Cominciava a venirmi la voglia. Mi diressi in città, alla biblioteca pubblica, dove digitando “locali gay” su internet scoprii che per fare sesso dovevo raggiungere Rapid City, tre ore di viaggio in direzione nord. Lo so che sugli smartphone ci sono delle app per rimorchiare che sono comode comode, ma non riesco a convincermi a spendere tutti quei soldi per un pezzo di plastica.

Temevo che Tory mi dicesse che non potevo lasciare il ranch incustodito, invece mi rispose di star tranquillo, che tanto buttava sempre un occhio lui quando non c’era Loving. Mi disse di andare e divertirmi.

Il viaggio filò liscio. Non prestai molta attenzione al panorama; ero troppo impegnato a pensare a come trascorrere le successive quarantott’ore a scopare. Feci il check-in in hotel, mi diedi una sciacquata e armeggiai coi vestiti prima di uscire, alle nove.

Il bar era piccolo e triste, nulla a che vedere coi locali chiassosi a cui mi ero abituato a Omaha e Kansas City. Nel Nord Dakota ero stato a Fargo, che non era niente male. Questo posto era tutta un’altra storia. Non c’era quasi nessuno, ed erano tutti già accoppiati. Scorsi però un cowboy solitario seduto al bancone, e mi diressi dritto verso di lui, deciso ad allargare le gambe pure se fosse stato il sosia di Ethel Merman.

Probabilmente l’avrete già capito, ma devo dirvelo, io ci rimasi secco quando il cowboy si girò e scoprii che era Travis Loving.

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